Perché non riduciamo la disoccupazione giovanile

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È stato dato loro dei bamboccioni, dei mammoni, degli sfigati, e persino dei choosy (schizzinosi) dalle più alte cariche di governo. Ma i giovani italiani d’oggi sono tutt’altro che questo: non si arrendono davanti a queste provocazioni e vogliono entrare a far parte del mondo del lavoro, anche se questo, sempre più spesso purtroppo, significa abbandonare la propria terra e recarsi all’estero.

disoccupazione giovanile

Questo perchè, sebbene ormai la crisi abbia colpito il nostro paese da diversi anni, il livello di disoccupazione giovanile in Italia durante il 2013 ha toccato valori preoccupanti.

Primo trimestre 2013: Discoccupazione a livelli record

I primi tre mesi del 2013 sono stati all’insegna della disoccupazione nella nostra penisola, tanto che si è giunti a toccare la percentuale di 12,8%, il valore più alto negli ultimi 36 anni. Se si va a confrontare questo dato con quello di un anno fa, si nota che la disoccupazione è incrementata dell’1,8%.

Se poi analizziamo nello specifico la situazione delle generazioni più giovani non ci resta che metterci le mani nei capelli: il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 14 e i 24 anni è passato dal già preoccupante 35,9% a un inaspettato 41,9%. Ma il dato arriva a livelli inverosimili se si prende in considerazione la condizione delle giovani donne del Mezzogiorno, il 52,8% delle quali si trovva senza un’occupazione.

 Perché non riduciamo la disoccupazione giovanile

Possibilitá di impiego

Nonostante quello che spesso si dice dei nostri giovani italiani, non tutti sono degli sfaticati. Anzi molti di loro alla fine di un percorso di studi impegnativo e concluso con numerosi sacrifici ma anche con tanta soddisfazione si trovano spiazzati davanti a un mercato del lavoro saturo e incapace di accoglierli.

Le proposte di lavoro sul territorio italiano risultano infatti inferiori al numero dei disoccupati che continua a aumentare nel Bel Paese. Inoltre il mercato del lavoro italiano non offre posti adatti ai nostri laureati.

Capita così sempre più spesso di assistere alla tanto famigerata fuga di cervelli: cresce annualmente ormai il numero dei giovani in partenza verso terre lontane, come Australia e America, in grado di offrire loro condizioni lavorative adeguate al proprio percorso di studio.

Chi invece non ha il coraggio o le possibilità economiche per allontanarsi dal proprio focolare domestico spesso si deve accontentare di qualche stage sottopagato o di contratti a progetto o a tempo determinato, che solo raramente e nel migliore dei casi corrisponde alla specializzazione del ragazzo in questione.

Quindi bisognerebbe puntare al superamento di questa situazione, lasciando spazio alle nuove generazioni e alla loro voglia di lavorare per costruirsi un futuro, permettendo ai più anziani di godersi la pensione in modo da creare nuovi sbocchi lavorativi.

Soltando se si cercherà di ridurre la disoccupazione, e in particolar modo quella giovanile, si potrà aspirare a raggiungere di nuovo standard di vita migliori per le famiglie italiane che ormai da troppo tempo faticano a arrivare a fine mese.

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